L’11 aprile 1512 l’esercito francese guidato da Gastone di Foix sconfisse a Ravenna quello ispano-pontificio comandato da Raimondo di Cardona, viceré di Napoli. Tra i molti personaggi illustri catturati dai francesi vi era anche il cardinale Giovanni de’ Medici, Legato del papa Giulio II, il principale ispiratore della Lega Santa antifrancese.

Preso in consegna da Federico Gonzaga da Bozzolo, il de’Medici era stato quindi affidato al cardinale Federico Sanseverino, a sua volta Legato del Concilio di Pisa, il consesso ecclesiastico di cardinali e vescovi, tutti francesi, che Luigi XII aveva costituito l’anno precedente in contrapposizione a Giulio II.
Scacciato da Pisa da una rivolta popolare filo pontificia, il Concilio, che Giulio II chiamava per disprezzo “conciliabulum”, si era trasferito a Milano, dove fu condotto anche il cardinale de’ Medici.
Frattanto la situazione politica e militare stava rapidamente mutando a favore dei pontifici. Oltre sei mila fanti svizzeri scendevano in Italia, sia perchè allettati dal denaro del Papa sia perchè spinti da vecchi rancori nei confronti del re di Francia, che accusavano di non aver voluto riconoscere adeguatamente i loro preziosi servigi. A ciò si aggiungeva che l’imperatore Massimiliano d’Asburgo aveva ordinato ai contingenti tedeschi al soldo dei francesi di abbandonare l’esercito di Luigi XII e di rientrare in patria.
I francesi, guidati dal signore di La Palice, si trovarono subito in grosse difficoltà. Ripiegarono quindi sulla Lombardia e raggiunsero Pavia tallonati dai pontifici mentre Milano era stata già abbandonata in tutta fretta dai Cardinali del conciliabolo “alquanti dì prima temendo (essi) non meno de’ popoli che degli inimici (Guicciardini)”. Su ordine di Luigi XII essi avevano portato con sé il Legato pontificio. Il 2 giugno 1512 raggiunsero Pieve del Cairo, sulla riva sinistra del Po, dove vi era un traghetto in corrispondenza di Bassignana.

Intuendo che quella era probabilmente l’ultima occasione favorevole che gli si presentava per tentare la fuga, il cardinale finse un malore e ottenne facilmente dai suoi guardiani di pernottare nel castello di Gentile Beccaria, a Pieve del Cairo, mentre gli ecclesiastici francesi, il loro seguito e tutta la turba di dignitari attraversavano subito il fiume.

La liberazione del Cardinale
Con un po’ di tempo a sua disposizione, il de’Medici incaricò l’abate Buongallo, che faceva parte del suo seguito, di cercare qualche nobile locale che fosse disposto ad aiutarlo. Fortuna volle che il Buongallo, tramite il parroco del villaggio, rintracciasse tale Rinaldo Zatti, un vecchio soldato di sentimenti filo sforzeschi. Con le lacrime agli occhi l’abate lo pregò di liberare dalle mani dei francesi il cardinale, altrimenti destinato a perpetua prigionia in terra di Francia.
Lo Zatti promise il suo intervento non senza però essersi prima procurato l’indispensabile appoggio di Ottaviano Isimbardi, ricco e potente possidente locale. Questi era bensì favorevole al partito filo francese ma d’altraparte non voleva dispiacere la potente casata dei Medici. Fu comunque soltanto dopo molte insistenze da parte dello Zatti che egli accettò di aiutarlo a liberare il cardinale.
Il giorno seguente, all’alba, i francesi con il Legato pontificio si misero in marcia verso il Po distante pochi chilometri. La scorta era costituita da una cinquantina di cavalieri leggeri. Raggiunto il fiume, in prossimità della località Cambiò, cominciò l’attraversamento. Come probabilmente era stato concertato la sera prima, il Cardinale ritardò il più possibile l’imbarco e si mantenne tra gli ultimi che dovevano passare. La sua mula aveva già toccato con le zampe anteriori la riva del Po quando improvvisamente alcune centinaia di contadini e paesani capeggiati dallo Zatti e armati di falci, bastoni e forche sbucarono urlando dai boschi circostanti. I francesi opposero scarsa resistenza. Come scrive il Guicciardini “ più spaventati e timorosi di ogni accidente, sentito il romore, attesero più a fuggire che a resistere”.


Ospite” di Bernabò Malaspina
Pur liberato dall’audace colpo di mano di Isimbardi e Zatti, il Cardinale si trovava tuttavia in territorio ancora controllato dai francesi e perciò ostile. Per prevenire spiacevoli sorprese Isimbardi lo fece travestire da soldato e, passato il Po nella notte, lo mandò sotto scorta a Godiasco, nell’Oltrepò pavese, dove fu accolto nel castello di Bernabò Malaspina, parente dell’Isimbardi.
Lungi dall’essere al sicuro, Giovanni de’Medici si trovava di nuovo in pericolo perché Bernabò, essendo favorevole ai francesi, per non correre rischi pensò che fosse opportuno avvertire della cosa Gian Giacomo Trivulzio, il famoso condottiero italiano che militava nel campo francese, e chiedere il suo consiglio. Il cardinale fu rinchiuso in una colombaia nel piano più alto del castello.
Il legato cominciò a disperare della sua sorte, che vedeva così duramente colpita dallo sfortuna e dal destino avverso. Fortunatamente per lui il Triulzio aprì gli occhi a Bernabò. La mutata situazione militare e la sconfitta dei francesi facevano si che “ le cose erano condotte a tale, che non era da pensar molto sopra il cardinale, il quale, per beneficio di fortuna era una volta scampato (Giovio)”.
Bernabò pensò allora più prudente ingraziarsi la famiglia dei de’Medici, le cui fortune, con il prevalere del partito dei pontifici, erano in ascesa. Lasciò quindi fuggire il cardinale, fingendo che ciò fosse avvenuto per tradimento di alcuni servitori.
Il Legato raggiunse Voghera dove fu aiutato da un sacerdote che gli procurò alcuni cavalli veloci che gli consentirono di arrivare rapidamente a Piacenza, dove fu finalmente al sicuro, essendo la città passata da poco dalla parte della Lega Santa.

Il Giubileo Perpetuo
L’anno dopo, nel 1513, Giovanni de’Medici divenne papa Leone X. Egli aveva però conservato il ricordo dell’aiuto dei pievesi cui doveva, in definitiva, la sua fortuna.
A perpetua memoria dell’episodio della sua liberazione il Pontefice, con Breve Apostolico del 20 agosto 1516, confermato il 4 giugno del 1517, accordò alla parrocchia di Pieve del Cairo due Giubilei annuali e perpetui con indulgenza plenaria. Essi vengono celebrati nella prima domenica di giugno, e l’8 settembre, in occasione della festa della Natività della Beata Vergine Maria, cui il paese è molto devoto.





Nella versione di Paolo Giovio
De vita Leonis Decimi, Firenze 1548
una versione romanzata simile ad un thriller

 

Il prigioniero arriva a Pieve del Cairo e si sente o simula una leggera indisposizione tale da giustificare un pernottamento nel paese, che gli viene “ facilmente “ accordato. Di notte manda il fido Abate Bongallo a cercare qualcuno che lo possa salvare: e in effetti, per caso, l'Abate trova Rinaldo Zatti, "... soldato vecchio nato di nobil famiglia ( in latino : miles veteranus equestri natus familia) il quale aveva grandissimo seguito d'huomini contadini nelle sue possessioni... " e lo convince con le lacrime e lo rassicura circa le buone probabilità di riuscita dell’impresa poiché i guardiani francesi sono in massima parte ubriachi, oppressi dal sonno e custodiscono il prigioniero negligentemente. Lo Zatti che, come dice il Giovio " ... aveva in odio i francesi ed ammirava i Medici per la memoria del gran Lorenzo... ", accetta a condizione di riuscire a convincere anche il Visimbardo.

L'accordo va a buon fine e Rinaldo manda un suo servitore all'osteria a cercare l'Abate Bongallo per dargli conferma che tutto è in ordine. Purtroppo il servitore si rivolge al primo abate che trova, che non era il Bongallo, ma un abate francese, che, insospettitosi fa partire anzitempo il convoglio. Il Cardinale cerca comunque di tirare per le lunghe la partenza e dopo che molti francesi erano già passati all'altra riva del Po, ed "... haveva già toccato co' piedi dinanzi della mula la sponda del naviglio, quando il romore udito dalle spalle, e la squadra di quei che venivano, da lui veduta, gli fecero tirar indietro la mula..."

Arriva Rinaldo che caccia i francesi, quasi senza ferita, e salva il Legato.
Lo travestono da soldato, la notte passano il Po e lo portano nel castello di Bernardo Malaspina, parente del Visimbardo, il quale essendo filo-francese lo mette in prigione in una colombaia e interpella il Trivulzio sul da farsi. Il Maresciallo da "... grave e veramente italiano capitano ...", gli scrive che, vista come si è messa per i francesi, è meglio liberarlo. Il Malaspina lo libera facendo credere che il Cardinale sia sfuggito grazie al tradimento dei servitori. Con l’aiuto di un Prete arriva a Voghera e da lì con veloci cavalli a Piacenza, che era nel frattempo passata al Papa, e poi a Mantova da Francesco Gonzaga, dove viene "...benissimo ristorato...".